Conferenza sul Futuro dell’Europa, parliamo di Ricerca e Innovazione - APRE

Un rinascimento europeo da costruire su valori di libertà, protezione e progresso, un processo di integrazione da rilanciare senza chiudere preliminarmente alla revisione dei Trattati, un ampio dibattito da realizzarsi coinvolgendo rappresentanti istituzionali, accademici, mondo delle imprese e del lavoro, leader religiosi e spirituali e – soprattutto – gruppi di cittadini comuni. Si espresse così, nel marzo del 2019, il presidente francese Emmanuel Macron, avanzando, alla vigilia di elezioni europee temute per la possibile affermazione del fronte sovranista, la proposta di istituire una Conferenza sul futuro dell’Europa: un’arena di dibattito e confronto a tutti i livelli per promuovere un ruolo attivo e determinante dei cittadini europei nella costruzione del futuro dell’Unione e nell’elaborazione delle sue politiche.

La proposta francese venne raccolta ufficialmente negli orientamenti politici della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen enunciati ad inizio legislatura (luglio 2019) ed è divenuta realtà solo negli ultimi mesi, rallentata prima dallo sconvolgimento dell’agenda politica europea dovuto alla crisi pandemica e poi da divergenze profonde tra le istituzioni di Bruxelles sia sugli obiettivi di fondo che la Conferenza avrebbe dovuto prefiggersi sia sulla struttura di governance e la relativa ripartizione dei ruoli di responsabilità tra le istituzioni stesse. Il punto di arrivo dei negoziati di preparazione è stata la firma della dichiarazione comune da parte dei presidenti di Consiglio, Parlamento e Commissione (10 marzo 2021), che ha delineato il mandato e le modalità organizzative della Conferenza. Il 9 maggio 2021, a settantuno anni dal discorso con cui Robert Schuman lanciò il processo d’integrazione europea, si è tenuto a Strasburgo, in forma ibrida, l’evento inaugurale; lo scorso 19 giugno, invece, si è svolta – sempre a Strasburgo, in presenza – la prima assemblea plenaria. Ma andiamo con ordine.

La Conferenza sul futuro dell’Europa – si legge nella dichiarazione comune – dovrà essere un processo “dal basso verso l’alto”, incentrato sui cittadini, che dovrà consentire agli europei di esprimere la propria opinione su ciò che si aspettano dall’Unione. L’ambizione enunciata di dar voce (e ascolto) al cittadino comune si concretizza in due elementi: una piattaforma digitale multilingue (futureu.europa.eu), in cui ogni cittadino può già da ora condividere idee e inviare contributi online; e la realizzazione di eventi decentrati (virtuali, in presenza o ibridi), che possono essere organizzati sia da semplici cittadini sia da autorità nazionali, regionali e locali. L’approccio dal basso trova però una sua compiuta formalizzazione attraverso i cosiddetti “panel europei dei cittadini”: ne verranno costituiti quattro raggruppando i nove temi della Conferenza (ci arriviamo). Ogni panel sarà formato da 200 cittadini europei – estratti a sorte nell’ambito di un campione statistico rappresentativo della diversità dell’Unione –, si riunirà tre volte tra settembre e gennaio e avrà il compito di formulare delle raccomandazioni che saranno discusse dall’Assemblea plenaria della Conferenza.

L’assemblea plenaria dovrà dunque garantire che le raccomandazioni dei panel dei cittadini e i contributi raccolti dalla piattaforma digitale multilingue vengano discussi e che tale dibattito si svolga “senza un esito prestabilito e senza limitare il campo di applicazione a settori d’intervento predefiniti”. L’assemblea si compone di 433 partecipanti: 108 eurodeputati, 108 rappresentanti dei parlamenti nazionali, 54 rappresentanti indicati dal Consiglio (due per ogni Stato membro), 3 esponenti della Commissione e 108 rappresentanti dei cittadini. La plenaria si dovrebbe riunire almeno cinque volte tra ottobre e marzo: sarà sulla base delle discussioni e delle proposte che emergeranno in questa sede che il comitato esecutivo della Conferenza – organo ristretto composto da 3 rappresentanti e 4 osservatori ciascuno per Parlamento europeo, Consiglio e Commissione – elaborerà, entro la prossima primavera, la relazione conclusiva “su base consensuale e in piena collaborazione e trasparenza con la plenaria”.

La composizione del comitato esecutivo è significativa perché illumina la contesa istituzionale che ha delineato il mandato della Conferenza e la sua articolata struttura di governance. L’opposizione degli Stati membri ad assegnare la guida del processo a un membro del Parlamento europeo – come suggerito dalla stessa Ursula von der Leyen nei suoi propositi di inizio legislatura – si è risolta in una presidenza tripartita del comitato esecutivo e della stessa assemblea plenaria: l’eurodeputato Guy Verhofstadt in rappresentanza dell’Eurocamera; Dubravka Šuica, vicepresidente della Commissione europea per la Democrazia e la demografia; e un rappresentante degli Stati membri, nominato dal governo detentore della presidenza di turno del Consiglio. Il compromesso sulla governance riflette il punto di caduta sul mandato della Conferenza stessa: la dichiarazione comune, infatti, evita ogni riferimento all’eventualità che l’esito delle conclusioni dei lavori renda necessaria una revisione dei Trattati; e però al tempo stesso tale possibilità – prospettata da Emmanuel Macron nel suo discorso del marzo del 2019 e promossa con forza dal Parlamento europeo – non viene neppure esclusa in maniera esplicita.

Saranno dunque il grado di coinvolgimento dei cittadini, le proposte che verranno messe in campo e discusse “dal basso” e l’evoluzione dei dibattiti a ogni livello, inquadrati in un processo strutturato di democrazia partecipativa, a indirizzare i lavori e le conclusioni della Conferenza. Tra i nove argomenti prioritari indicati per la presentazione di contributi sulla piattaforma digitale e che si riflettono nei gruppi di lavoro della sessione plenaria non c’è un esplicito riferimento alle tematiche di ricerca e innovazione (gli argomenti sono: Cambiamento climatico e ambiente; Salute; Un’economia più forte, giustizia sociale e posti di lavoro; L’UE nel mondo; Valori e diritti, Stato di diritto, sicurezza; Trasformazione digitale; Democrazia europea; Migrazione; Istruzione, cultura, gioventù e sport).

Un’assenza preoccupante e difficilmente comprensibile, come ha tenuto a ribadire recentemente (luglio 2021) il Consiglio Scientifico dello European Research Council, dando voce alla comunità europea della R&I. La consapevolezza che il futuro dell’Europa dipenderà largamente dalle sue prestazioni nella ricerca e nell’innovazione – si legge nella dichiarazione dell’ERC – deve esortare gli scienziati europei e tutti coloro che credono nel potere positivo della scienza a far sentire la propria voce e a condividere le proprie idee nel corso della Conferenza. Un appello che ci sentiamo di raccogliere e rilanciare, e d’altronde i mesi che abbiamo davanti sembrano essere propizi per pensare in grande. La revisione dello Spazio europeo della ricerca, avviata dalla Commissione lo scorso anno con l’obiettivo di trasformare il semplice coordinamento delle politiche nazionali di R&I in una più profonda integrazione delle stesse, è entrata nel vivo poche settimane fa con la proposta indirizzata agli Stati membri di sottoscrivere un “Patto per la R&I in Europa”. Nei prossimi mesi, inoltre, l’esecutivo proporrà la creazione di uno Spazio europeo dell’Innovazione, una cornice concettuale che sostenga il cambio di passo delle politiche per l’innovazione nel Vecchio continente. Due passaggi chiave, tra gli altri, per costruire l’Europa del futuro.

 

Questo articolo è stato pubblicato in APREmagazine n. 16 di luglio 2021

Torna su