Transdisciplinarità come paradigma di ricerca per comprendere la complessità - APRE

L’emergenza del Covid-19 che stiamo attraversando ha svelato la complessità del nostro tempo, facendo emergere con drammatica concretezza il significato di concetti come globalizzazione e interdipendenza.

Una complessità che è il risultato soprattutto dello sviluppo scientifico e tecnologico, e anche di una sua caratteristica peculiare rispetto al progredire delle conoscenze fino a qualche decennio fa: le nuove tecnologie, specie quelle nell’ambito biologico e medico, hanno una portata di novità innanzitutto antropologica: vanno a incidere nella natura profonda dell’umano, manipolandone i corpi come non era stato mai possibile prima, modificando le relazioni fondanti come genitorialità e filiazione, trasformando radicalmente le fasi della vita comuni a tutti gli esseri umani, e cioè la procreazione, la malattia, la morte. Un Mondo Nuovo in cui la rete ha contribuito ad accelerare le nuove dinamiche in termini di dimensioni spazio-temporali, sia come quantità di informazioni disponibili che di velocità di utilizzo delle stesse, creando a sua volta nuove conoscenze, e al tempo stesso ponendo in modo radicalmente diverso problematiche antiche, come vediamo adesso, ad esempio, per la pandemia da Coronavirus: una tragedia non certo nuova per l’umanità, ma con conseguenze e risorse e dilemmi ancora tutti da esplorare e da comprendere.

I nuovi saperi crescono e si sviluppano velocemente soprattutto nelle università, sedi insostituibili e primarie di ricerca e formazione. Se da un lato è inevitabile la formazione di discipline sempre più specialistiche e sofisticate, è anche vero che la frammentazione delle conoscenze impedisce troppo spesso di cogliere i nessi fra i vari ambiti e rende più faticose le collaborazioni fra gli studiosi dei diversi settori. Le conseguenze diventano evidenti quando poi si passa alla governance dei nuovi fenomeni. Le nuove tecniche di manipolazione genetica, come ad es. il gene editing con Crispr-Cas9, i Big Data e l’AI nelle varie, infinite applicazioni possibili, passando per la medicina di precisione e le neuroscienze – tanto per citare alcuni ambiti fra i più noti: lo straordinario avanzare tecnologico e scientifico ha un tale impatto sociale e antropologico da porre problemi regolatori che vanno oltre il ristretto ambito degli specialisti di settore, ponendo nuovi quesiti alla politica e alle corti. Il problema della governance delle nuove tecnologie non è eludibile, ma gli strumenti delle nostre democrazie spesso sembrano inadeguati, troppo lenti per la velocità con cui si sviluppano le dinamiche legate alle novità tecnologiche. Spesso i nuovi quesiti che si pongono non trovano risposta nel quadro giuridico e regolatorio usuale, fondato su paradigmi finora indiscutibili: la possibilità di far nascere bambini con il Dna di tre persone, di diagnosi genetiche di frontiera su embrioni in vitro e in vivo, di mettere a punto terapie innovative estremamente sofisticate ed individualizzate, di costruire enormi biobanche di materiale biologico di origine umana a scopi clinici, di ricerca e forensi, di condividere quantità immense di dati personali di ogni tipo, clinici e comportamentali: un elenco potenzialmente infinito di potenzialità inquietanti e straordinarie che non possono certo essere gestite autonomamente dagli specialisti di settore, perché richiedono investimenti dedicati e producono un impatto enorme nell’intera società e nella vita di ogni singolo individuo. (Basti pensare ad esempio alle app. di tracciabilità individuale con cui si vuole affrontare adesso il contenimento della pandemia in corso, in attesa di vaccini o comunque terapie risolutive).

E’ necessario che le nostre università siano in grado di offrire una formazione adeguata per affrontare questa complessità. E’ necessario superare la frammentazione delle discipline, andando verso una istituzionalizzazione di saperi diversi, oltre il confronto e lo scambio fra discipline – che pure è importante.

Dobbiamo pensare nella direzione della transdisciplinarità, che possiamo definire come “l’abilità di integrare campi oltre i livelli della multidisciplinarietà, in cui più discipline operano simultaneamente, o l’interdisciplinarietà, che occupa lo spazio fra le discipline”.

La transdisciplinarietà “fa leva su concetti e approcci da più discipline per derivare nuovi concetti ed approcci. […] implica l’emergere di nuove discipline guidato dalla loro integrazione, non appena da una collaborazione ad hoc”.

Non stiamo parlando solamente di un merging di saperi in ambito scientifico, ma trasversale: nella necessaria formazione scientifica del biotecnologo, del chimico, del medico, non possono mancare visioni di insieme dei sistemi complessi in cui il singolo studioso, il futuro professionista si inserirà. Non si tratta appena di sostenere un esame di diritto o di aggiungere un modulo di bioetica alle materie scientifiche fondamentali: stiamo parlando della possibilità, a livello di formazione superiore – laurea magistrale, dottorato, post doc, master – di offrire uno sguardo diverso – ad esempio – su come il corpo umano, nella sua interezza e nelle sue parti (organi, cellule, tessuti) possa essere studiato, curato, trattato, modificato, essere insomma oggetto di ricerca e al tempo stesso risorsa, nel nostro contesto economico e sociale, e come tutto questo possa viaggiare nella nuova viabilità del web.

Potremmo pensarlo come una particolare declinazione degli Science and Technology Studies (che di per sé è purtroppo un ambito ancora sconosciuto nei nostri curricula scientifici), pensato in chiave “problem solving”. A fronte di una problematica biotecnologica: quali possibili chiavi di lettura, individuazione dei nodi e proposte di soluzione, di comunicazione, di narrazione e di governo. Ed è indispensabile favorire la ricerca in questo senso, promuovendo centri studi trans- disciplinari all’interno delle nostre università, cercando di andare oltre quella rigida separazione disciplinare che troppo spesso penalizza curiosità e creatività. Volendo dare un nome a questo ambito, potremmo chiamarlo Biogovernance. Un approccio transdisciplinare e “problem solving” come quello sommariamente delineato fin qui ha l’impronta della politica, dove “politica” è intesa nella sua più profonda ragion d’essere: governare la complessità umana di cui si fa parte, approfondendone la comprensione.

 

Questo articolo è stato pubblicato in APREmagazine n 13 del giugno/2020

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