Un “nuovo futuro” per la ricerca italiana in Europa - APRE

La conferenza annuale dell’APRE è un appuntamento ormai regolare nella vita dell’associazione, ma non per questo diventato rituale. Al contrario, è un’occasione di informazione, di riflessione e dibattito che affronta contenuti di ricerca e orientamenti di policy in maniera fattuale e concreta; che prende spunto dall’attualità per anticipare gli impegni di domani; che costruisce opportunità di dialogo tra ricerca nazionale ed europea.

L’evento di quest’anno, che aveva per tema “un nuovo futuro”, è stato speciale da diversi punti di vista: certo, per il suo carattere virtuale, imposto dalla pandemia; ma anche e soprattutto per il programma ambizioso e vario, articolato su cinque giorni; per l’ampiezza e la pertinenza delle tematiche trattate; per la quantità e la qualità degli interventi italiani ed europei; per il gran numero dei partecipanti, espressione non solo dei soci ma dell’insieme della comunità italiana di R&I.

È stato un bel modo di festeggiare i primi trent’anni dell’APRE, facendo tesoro dell’esperienza acquisita per guardare avanti con maggiore consapevolezza e determinazione.

Per giunta quest’anno la conferenza ha assunto una rilevanza tutta particolare in ragione del contesto, nel momento in cui l’Unione Europea si appresta a lanciare il nuovo Programma Quadro settennale e a ridare fiato alla strategia dello Spazio Europeo della Ricerca, e l’Italia si accinge a varare il nuovo Programma Nazionale della Ricerca.

Si sono affrontati i principali contenuti di Horizon Europe, soprattutto i suoi elementi di novità, ma anche alcune grandi questioni di fondo che stanno alla base di quel programma: sostenibilità e competitività, ricerca industriale e innovazione, sovranità tecnologica, digitalizzazione, ricerca e salute pubblica. Sono contenuti in sintonia con uno dei caratteri salienti di Horizon Europe, concepito come strumento per promuovere una ricerca che rifletta in priorità i grandi obiettivi strategici che l’Unione si è data per i prossimi anni: green deal, de-carbonizzazione, economia circolare; digitalizzazione; ripresa economica e resilienza. Senza dimenticare la ricerca al servizio dello sviluppo delle conoscenze, da cui dipende la capacità di competere e innovare domani.

Vecchie ombre e nuove luci

Sullo sfondo, come ha ricordato il Ministro Manfredi nel suo intervento di apertura, c’è l’urgenza – accentuata dall’impatto del Covid-19 – di rilanciare gli investimenti e rafforzare il nesso virtuoso tra istruzione superiore, ricerca, innovazione e sviluppo economico; e riaffermare l’importanza della collaborazione europea come volano per lo sviluppo del nostro sistema ricerca e come strumento per uscire piùrobusti dalla crisi economica indotta dalla pandemia.

Non possiamo ignorare l’evidenza che la crisi tende ad accrescere le disuguaglianze, indebolendo i più deboli e rafforzando i più forti. È vero a livello degli individui come delle attività economiche e anche dei paesi. È quello che è successo con la crisi del 2008, quando in pochi anni la recessione si è rimangiata una parte significativa dei progressi di convergenza realizzati nei decenni precedenti tra regioni europee meno sviluppate e quelle più avanzate. Dobbiamo evitare che succeda di nuovo; dobbiamo assolutamente scongiurare il rischio che l’inevitabile rimescolamento di carte geo-economico post-Covid risulti penalizzante per il nostro sistema ricerca già fragile e sotto-dimensionato, e per il nostro paese più in generale.

Il sistema italiano di R&I presenta alcuni elementi di forza ma molte criticità. Tra i punti di forza si segnalano una rete universitaria diffusa e capillare, la qualità della produzione scientifica, l’elevata produttività per ricercatore, l’esistenza di alcuni poli di eccellenza di livello mondiale. Dal confronto internazionale registriamo alcune criticità che da tempo caratterizzano il sistema: tra queste lo scarso numero di laureati, specie in campo STEM; la fuga dei cervelli, che negli ultimi anni ha assunto proporzioni sempre più inquietanti; l’esiguo numero di ricercatori; l’insufficienza degli investimenti pubblici e privati; la relativa carenza delle infrastrutture di ricerca; una parte consistente del tessuto produttivo focalizzato su tecnologie ‘mature’; e di conseguenza un numero di brevetti nettamente inferiore a quello dei principali concorrenti.

In sintesi, le cifre di questi indicatori ci dicono che il nostro sistema ricerca è la metà di quello francese e un terzo, o meno, di quello tedesco. Lo scoreboard dell’innovazione, che raffronta le performance dei paesi europei, ci colloca fra i paesi “modestamente innovatori”, più vicini alla coda che alla testa della classifica.

Se ci fermiamo ai dati, in questo quadro di luci ed ombre a tutt’oggi prevalgono le ombre. Ma stanno emergendo dei segnali incoraggianti che vanno colti e valorizzati. Rispetto alla tradizionale ritrosia nei confronti della collaborazione accademia/industria, si stanno manifestando novità interessanti, in contro-tendenza, che aprono nuove prospettive di sinergia. In un tessuto economico marcato dalla forte presenza di piccola impresa con scarsa propensione alla ricerca, vediamo emergere una nuova generazione di start-up, anche fortemente innovative. Scopriamo i benefici di un sistema produttivo dove le grandi aziende

fanno da traino alle piccole e si nutrono delle loro capacità innovative. Cogliamo segnali crescenti di mobilitazione di una comunità scientifica che rivendica, in chiave propositiva e non corporativa, un rilancio degli investimenti in ricerca. E simultaneamente vediamo crescere l’attenzione per la R&I nei media e nel discorso politico.

Anche sul piano politico, infatti, si registra qualche novità interessante, a cominciare dal nuovo Programma Nazionale per la Ricerca, attualmente in fase di finalizzazione. Un programma che ha avuto il merito di coinvolgere ampiamente la comunità scientifica nella sua gestazione; che dovrebbe fornire un quadro di riferimento coerente alla ricerca dei prossimi anni; che riconosce l’importanza della dimensione europea. C’è da sperare che nella versione finale si possano definire alcune priorità strategiche chiare e identificare risorse adeguate alla loro realizzazione.

A questo proposito, tra le ragioni di ottimismo c’è naturalmente in primo piano anche l’impegno annunciato dal governo per aumentare in maniera cospicua gli investimenti di ricerca e sviluppo, e dedicare a questi una quota significativa dei circa duecento miliardi del cosiddetto Recovery Fund.

Sono dunque molti i segnali incoraggianti che, anche se non delineano ancora una tendenza univoca, anche se ancora non disegnano un piano strategico compiuto, lasciano comunque ben sperare in un rilancio del sistema ricerca- innovazione che possa aiutare il paese a recuperare almeno in parte nei prossimi anni il ritardo accumulato nel contesto europeo.

Horizon Europe: opportunità e stimolo

In questo quadro l’imminente avvio di Horizon Europe rappresenta un’occasione unica per l’Europa tutta, e per l’Italia in particolare, per uscire il più possibile indenni dalla crisi indotta dalla pandemia, per prepararsi a affrontare la prossima in maniera più efficace, per mettere a profitto le lezioni che ci ha impartito per cambiare il modello di sviluppo e ripartire su basi più solide, più dinamiche e più sostenibili. Il nuovo ciclo settennale della ricerca europea che sta per iniziare costituisce al tempo stesso un’opportunità, uno stimolo e una sfida.

È innanzitutto una grande opportunità in termini di collaborazione e di finanziamento. Oggi le risorse di Horizon Europe sono al centro dell’attenzione, perché rappresentano l’ultima questione non ancora risolta nel lungo negoziato tra Commissione, Parlamento Europeo e Paesi Membri. Che la cifra finale sia più vicina ai 90 o ai 100 miliardi, sarà comunque un budget molto importante. E se è vero che le risorse del Programma Quadro rappresentano oggi meno del 10% dei finanziamenti pubblici di ricerca in Europa, è anche vero che la loro incidenza reale è molto maggiore, perché sono risorse che vanno in massima parte a finanziare progetti e non a coprire costi fissi; e in Italia, dove le risorse nazionali sono scarse, questa incidenza è ancora maggiore. È questa una ragione in più per sostenere la battaglia del Parlamento Europeo per compensare almeno in parte i tagli che i capi di governo hanno deciso a luglio rispetto alla proposta della Commissione.

Ma il nuovo programma sarà anche un formidabile strumento per promuovere la collaborazione, la convergenza di intenti e la massa critica necessarie per affrontare le grandi sfide di oggi e di domani: salute pubblica, cambiamento climatico, de-carbonizzazione, digitalizzazione, sicurezza, ecc.

E sarà, dovrà essere, uno stimolo a diventare più competitivi, perché accede ai finanziamenti solo 1 proposta su 7; una spinta ad adeguare il nostro sistema ricerca, perché vince chi è più strutturato e chi investe di più; una sfida a cogliere le novità del programma e a tradurle in nuove opportunità.

Rispetto ai suoi predecessori, Horizon Europe si presenta come un programma più allineato alle priorità strategiche dell’Unione; più ambizioso, nelle finalità e nei contenuti prima ancora che nelle risorse; più competitivo, proprio perché più ricco negli obiettivi che nel budget, e perché più aperto alla partecipazione di nuovi paesi associati; più strutturato rispetto alle attese del sistema produttivo, specie in virtù di un ruolo accresciuto per i grandi partenariati pubblico-privati; più orientato all’innovazione, in quanto più votato al ‘problem solving’ e più attento all’impatto sul tessuto economico; e auspicabilmente più efficace dal punto di vista della possibilità di promuovere le complementarietà con altri fondi e programmi.

Analizzando sommariamente i dati recenti della partecipazione italiana con un occhio a Horizon Europe e alle sue novità, constatiamo alcune specificità e criticità di cui dovremo tener conto se vorremo migliorare la performance italiana nel prossimo ciclo.

Abbiamo molte proposte ma relativamente pochi progetti finanziati. Per migliorare il tasso di successo dobbiamo sviluppare ulteriormente le attività di assistenza mirata e promuovere la capacità di aggregarsi ai consorzi migliori.

Abbiamo pochi coordinatori italiani di progetti finanziati. Dobbiamo superare gli ostacoli amministrativi e sviluppare le attitudini di iniziativa e di coordinamento.

Abbiamo settori tematici sotto-rappresentati rispetto al potenziale, ad esempio salute, tecnologie digitali, ricerca di base. E anche settori dove andiamo abbastanza bene ma potremmo fare meglio, come energia, agro- industria, ricerca socio-economica. Dobbiamo concentrarci in particolar modo su quelli.

Abbiamo un buon posizionamento nell’ambito delle partnership, che può essere consolidato sviluppando ulteriormente la capacità di fare sistema, coinvolgere nuovi soggetti e cofinanziare le attività.

Abbiamo difficoltà con l’innovazione “dirompente”, come hanno evidenziato le azioni preparatorie dello European Innovation Council. Dobbiamo stimolare nuovi proponenti, prestando attenzione particolare anche a donne e giovani; e dobbiamo rafforzare la competenze di assistenza e coaching.

Abbiamo una partecipazione universitaria al di sotto della media europea. Dobbiamo sviluppare la propensione alla collaborazione internazionale e rafforzare gli uffici per la ricerca europea delle Università.

Abbiamo una partecipazione del Mezzogiorno decisamente deludente. Dobbiamo valorizzare meglio le eccellenze esistenti e cercare di farne emergere di nuove, anche sfruttando le opportunità che derivano dalle novità in fatto di sinergie tra ricerca e fondi strutturali.

Abbiamo un ritorno economico misurabile in circa seicento/ settecento milioni l’anno, che rappresenta circa l’8 / 8 e mezzo % del totale erogato da Bruxelles e ci colloca in quinta posizione dopo la Germania, il Regno Unito, la Francia e la Spagna. Possiamo fare di più. Dobbiamo puntare al 10%.

Una buona performance nel quadro del nuovo programma dipenderà in larga misura da se e fino a che punto saremo capaci di mettere in atto le iniziative e i correttivi appena evocati. Ma dipenderà in parte anche da quanto saranno efficaci gli sforzi volti a migliorare l’allineamento tra capacità nazionali e priorità europee. È un impegno che non può esaurirsi con la chiusura del negoziato inter-istituzionale; anche se gli obiettivi e i contenuti del programma nelle loro grandi linee sono ormai sigillati nei testi legislativi e nel piano strategico che stanno per essere formalizzati, possiamo ancora incidere sulla precisazione delle priorità mantenendo alta l’attenzione sui programmi di lavoro che saranno finalizzati nelle prossime settimane.

L’APRE è pronta ad affrontare queste sfide, forte della sua esperienza trentennale e delle competenze e del suo staff; potendo contare su rapporto privilegiato con le istituzioni italiane e europee; facendo leva sulla rete dei suoi associati, sempre più numerosi e rappresentativi dell’intero sistema nazionale di R&I, sempre più attivi e coinvolti nella realizzazione degli obiettivi comuni. Ed è proprio di uno sforzo corale che c’è bisogno per cogliere le opportunità e vincere le sfide che ci aspettano.

Possiamo essere ottimisti; purché non sia quell’ottimismo un po’ passivo e fatalistico del “andrà tutto bene”, ma piuttosto quello critico, attivo, determinato, del “facciamo in modo che vada tutto bene”.

 

Questo articolo è stato pubblicato in APREmagazine n 14 del dicembre/2020

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